Ci stanno riuscendo anche stavolta. Riescono a sporcare pure il derby, a trasformare la partita più sentita della Capitale nell’ennesima sceneggiata indegna firmata da una società che con il popolo laziale continua ad avere un rapporto fatto di distanza, arroganza e silenzi. Domani alle 12 si gioca Roma-Lazio, o meglio: si gioca quello che doveva essere il derby del lunedì, poi il derby forse da spostare, poi il derby confermato a mezzogiorno, in una commedia grottesca che fotografa perfettamente il livello di improvvisazione e debolezza che circonda il nostro ambiente.
Per giorni si è parlato di spostamento al lunedì, come se il derby potesse diventare una pratica da ufficio da rinviare, spostare, rimettere in calendario a seconda delle convenienze e delle pressioni del momento. Poi invece no: tutti fermi, tutti buoni, si resta alle 12. Una decisione finale che lascia in eredità solo caos, nervosismo e la sensazione solita: la Lazio, quando c’è da farsi rispettare, non pesa mai abbastanza. E a rimetterci, come sempre, è il popolo laziale.
Una farsa costruita sopra il derby
Questo derby nasce già malissimo. Non per il campo, non per l’avversario, non per la classifica. Nasce male per tutto quello che ci hanno costruito intorno. Prima le voci, poi le mezze conferme, poi i dietrofront, poi la scelta definitiva. Sembra quasi che attorno alla Lazio si possa fare tutto, tanto qualcuno abbassa sempre la testa e porta a casa.
E allora eccoci qua: derby alle 12, in un clima avvelenato, con una tifoseria spaccata dalla rabbia e con una società che ancora una volta ha mostrato tutta la sua incapacità di proteggere il valore simbolico di questa partita. Perché il derby non è solo novanta minuti. Il derby è dignità, appartenenza, rispetto. E su questi tre fronti la Lazio societaria continua a perdere.
Sarri, il rifiuto e il segnale
In mezzo a questo circo c’è anche la posizione di Sarri, che secondo le ricostruzioni non voleva nemmeno presentarsi a questa recita organizzata. E onestamente viene difficile dargli torto. Perché quando attorno a una partita del genere si crea un teatrino simile, quando tutto diventa trattativa, rinvio, ipotesi, pressione e confusione, allora è normale che anche chi deve guidare la squadra mandi segnali di insofferenza.
Se davvero Sarri ha pensato di non presentarsi, allora quel gesto — anche solo evocato — racconta benissimo il livello di esasperazione che si respira. Non è un capriccio. È il sintomo di un ambiente portato al limite, logorato da chi dovrebbe garantire ordine e invece produce solo disordine.
Emergenza vera, non alibi
Poi c’è il campo, e lì la Lazio ci arriva con le ossa contate. Non per modo di dire: tranciati gli uomini, tranciate le rotazioni, tranciata la normalità. Motta fuori, Zaccagni fuori, e già questo basterebbe per far capire in che condizioni si presenta la squadra a una partita che da sola vale una stagione agli occhi della città.
Ma il paradosso più grande è un altro: Furlanetto titolare. E non perché qualcuno lo abbia accompagnato gradualmente dentro un percorso tecnico, ma perché l’emergenza ha divorato tutto. Si ritrova a giocare il derby dopo che la sua ultima partita risale addirittura al 2024. Una storia che sembra scritta apposta per rendere questo derby ancora più assurdo, ancora più storto, ancora più fuori da ogni logica normale.
Eppure il derby fa anche questo: ti sbatte dentro uomini, paure, occasioni e condanne. Per Furlanetto può essere una follia o una pagina da ricordare per sempre. In mezzo non c’è niente.
La Curva Nord vuota: il messaggio più pesante
Il fatto più clamoroso, però, sarà sugli spalti. O meglio: nel vuoto. Perché la Curva della Lazio sarà vuota. Il tifo organizzato ha deciso di non entrare, in protesta contro la società. E questa è la fotografia più feroce della domenica che aspetta la Capitale.
Un derby senza Curva Nord non è un derby normale. È un’amputazione. È una ferita. È il segnale che il punto di rottura è stato superato da un pezzo. Quando chi ha sempre portato voce, colore, rabbia, passione e identità decide di restare fuori, significa che la misura è colma davvero.
La società dovrebbe sentirsi addosso il peso di quel vuoto. Dovrebbe vergognarsi, più che preoccuparsi dell’immagine. Perché una Curva laziale deserta nel derby non è un incidente: è una sentenza politica e popolare.
I romanisti vogliono distruggere il niente
E qui arriva il lato tragicomico della faccenda. Dall’altra parte già si leggono i soliti proclami: vogliono “distruggere” tutto, vogliono fare inferno, vogliono seppellire la Lazio sotto il rumore. Fa quasi sorridere. Distruggere cosa, esattamente? Il niente?
Perché domani troveranno uno stadio senza tifosi laziali organizzati. Una Curva vuota. Un’assenza che pesa più di qualsiasi coreografia. Quindi sì, facciano pure i guerrafondai da tastiera e da distinti: avranno di fronte soprattutto il vuoto lasciato da una protesta sacrosanta. Più che una battaglia, sembrerà una recita contro un’assenza. E forse è proprio questo il paradosso più grande e più umiliante per tutti.
Un derby che resta nella storia comunque
Qualunque cosa accada, questo derby resterà. Se la Lazio dovesse vincere, sarebbe un’impresa figlia dell’emergenza, del caos e dell’abbandono istituzionale. Se dovesse perdere, resterebbe comunque il derby della rottura definitiva, del vuoto in Curva, della confusione totale, della gestione imbarazzante.
In ogni caso entrerà nella storia. Non sappiamo se come impresa, scandalo, follia o spartiacque. Ma ci entrerà. Perché non capita tutti i giorni di arrivare a un derby con il dibattito sul rinvio al lunedì, la conferma finale alle 12, un allenatore furioso, mezza squadra rattoppata, Furlanetto rilanciato dall’emergenza e la Curva Nord vuota per protesta contro la stessa società che dovrebbe rappresentarla.
Probabile formazione Lazio
La Lazio dovrebbe presentarsi con un undici obbligato in diversi reparti, proprio a causa delle assenze e delle condizioni fisiche precarie.
Probabile formazione:
Furlanetto; Marusic, Gila, Provstgaard, Lu. Pellegrini; Basic, Rovella, Taylor; Cancellieri, Dia, Noslin.
Restano da valutare alcuni ballottaggi, soprattutto in funzione della tenuta fisica e della scelta di Sarri tra prudenza e coraggio. Ma l’idea generale è questa: squadra chiamata a stringere i denti, senza alibi, con pochi cambi veri e con diversi uomini costretti a dare più del dovuto.
La Lazio domani avrà meno voce sugli spalti, meno uomini in campo e zero protezione dall’alto. Ma proprio per questo, se c’è ancora qualcosa da salvare, sta tutto lì: nella maglia, in chi la onora davvero e in chi, anche restando fuori, sta mandando il messaggio più forte di tutti.

